È la festa del papà. Ho acceso la tv e mi sono ritrovato dentro The Father, un film su un padre che perde la mente. Non l’avevo scelto. O forse sì, senza saperlo.
Il film è ansiogeno nel senso più preciso della parola. Florian Zeller costruisce l’appartamento del protagonista come un labirinto: porte, corridoi, stanze che cambiano colore tra una scena e l’altra. Lo spettatore non sa mai quando Anthony è lucido. Non perché il film giochi sporco — ma perché è esattamente così che funziona quella malattia. Non ci sono segnali. Non c’è un momento in cui puoi stare tranquillo.
Zeller ha girato tutto in un unico set, ridipinto di notte per diventare ogni volta un posto diverso. L’appartamento del protagonista, quello della figlia, la casa di cura: stesso spazio fisico, pareti che cambiano colore, porte che restano sempre lì. Le porte soprattutto. Ogni volta che Anthony ne apre una, il mondo dall’altra parte è cambiato. La stanza non è quella di prima. La persona davanti a lui potrebbe non essere chi credeva. Aprire una porta diventa un salto nel vuoto — o in un ricordo, o in niente.
Anthony Hopkins ha vinto il suo secondo Oscar con questo film, a ottantatré anni. È la performance più quieta e più devastante che abbia dato. Olivia Colman gli sta accanto con la stanchezza di chi ama qualcuno che non sa più chi sei.
Parla di quello che resta. Di una persona ancora presente ma già altrove.



