Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

I Grammy che puzzano di protesta

La Crypto.com Arena. Spillette «Ice Out» appuntate sui vestiti da ventimila dollari. Billie Eilish sale sul palco con quella faccia che hanno le ragazze quando smettono di fingere. Vince per «Wildflower». Terza volta. Non sorride.

«Nessuno è illegale su una terra rubata», dice.

Bad Bunny prende il Grammy per l’album dell’anno. Primo artista latin nella storia. Dovrebbe essere una festa. Invece è un pugno nello stomaco. «ICE fuori», sputa nel microfono. «Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni.» La sala esplode. La voce gli trema, ma le mani no.

L’anno scorso non ha fatto concerti negli Stati Uniti. Non voleva esporre i suoi fan ai federali. Quest’anno torna, vince, e usa quel palco come una trincea.

Trevor Noah conduce con quel sorriso che gli costa fatica. Lancia una frecciata a Nicki Minaj, assente perché troppo impegnata «a discutere cose importanti con Donald Trump alla Casa Bianca». Battute su Epstein Island che cadono nel silenzio imbarazzato delle prime file.

Trump risponde su Truth Social: «I Grammy Awards sono il peggio, praticamente inguardabili». Dice che la Cbs è fortunata a non trasmettere più «questa spazzatura». L’anno prossimo la cerimonia passa a Disney. Forse cambia qualcosa. Forse no.

Kendrick Lamar fa il pieno. Miglior album rap. Registrazione dell’anno con «Luther», insieme a Sza. Diventa il rapper più premiato di sempre. Eppure sul palco ha quella stanchezza di chi ha vinto troppe volte e sa che fuori niente cambia.

Lady Gaga prende il Grammy per «Mayhem», miglior album pop. Racconta cosa significa stare in studio con un gruppo di uomini. «Può essere difficile», dice. Nessuno fiata.

Justin Bieber torna dopo quattro anni. Malattia. Silenzio. Ora sale sul palco in boxer e calzini, chitarra elettrica e «Yukon». Hailey lo guarda dal pubblico con gli occhi lucidi. La telecamera insiste su quel volto.

Olivia Dean vince come miglior artista emergente. Sorriso vero, almeno quello.

Steven Spielberg entra nel club degli Egot. Il documentario su John Williams gli vale il Grammy per la miglior musica da film. Prima volta. Settantotto anni. Ci sono traguardi che arrivano quando non servono più a dimostrare niente.

La serata finisce. Le spillette restano. I discorsi anche. Trump continua a twittare. L’Ice continua a bussare alle porte. La musica suona, ma il rumore di fondo è sempre lo stesso.

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