Netflix lo aveva appena messo in catalogo. Lo promuovevano anche, una di quelle segnalazioni che di solito ignori. Stavolta no.
La Stangata era il film preferito di mio padre. L’ho messo su.
La storia è quella che è: Chicago, anni Trenta, due truffatori, un boss da fregare. George Roy Hill, Paul Newman, Robert Redford. Una macchina narrativa costruita con una precisione che oggi nessuno osa più tentare. Sette Oscar su dieci nomination — miglior film, regia, sceneggiatura, scenografia, costumi, montaggio, colonna sonora. Numeri che sembrano di un altro pianeta. Perché lo sono.
Ma non è per questo che l’ho rimesso su.
A un certo punto, verso la metà del film, ho smesso di guardare lo schermo e ho cominciato a sentire qualcos’altro. Una presenza laterale, non spiegabile. Mio padre non c’è più, ma per centoventidue minuti era lì. Sul divano. A guardare Newman bluffare a carte con quella faccia da chi ha già vinto prima ancora di scoprire il gioco.
Questo è quello che fa l’arte quando è fatta bene.
Newman e Redford erano attori nel senso pieno della parola, occupavano il quadro senza rubarlo. Recitavano insieme come se il copione fosse solo un pretesto. Il film vince sette Oscar. Nelle categorie recitative non viene nominato nessuno dei due. Certi paradossi la storia del cinema li porta con sé senza vergogna.
La colonna sonora — The Entertainer di Scott Joplin, rielaborata da Marvin Hamlisch — entra al primo fotogramma e non esce più. È allegra in modo malinconico. Come certi ricordi.
Alla fine ho pianto. Non per la trama. Per mio padre, che aveva un gusto sopraffino e non me lo ha mai detto esplicitamente. Me lo ha lasciato in eredità sotto forma di film.
C’è gente che eredita case, gioielli, conti in banca. Io ho ereditato La Stangata.
Poteva andarmi peggio.



