Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

La giacca che non stringe

Bryan Ferry entra in un atelier a Napoli. Indossa una giacca. Dice che sembra di non averla addosso.
Mariano Rubinacci ascoltava questo tipo di commenti con la soddisfazione tranquilla di chi sa di aver fatto la cosa giusta. Non perché cercasse complimenti — li accettava come si accetta una conferma ovvia. La leggerezza, per lui, era il risultato di un lavoro lungo e preciso: togliere le spalline, togliere la fodera, togliere l’imbottitura, fino a quando non restava che il tessuto e la forma del corpo che ci stava dentro. “La mia è una sartoria della sottrazione,” diceva. E lo diceva piano, come si dice una cosa che non ha bisogno di essere urlata.
L’atelier di via Filangieri era un posto dove il tempo scorreva diversamente. I clienti arrivavano da Londra, da New York, da Tokyo — e molti finivano per tornare a Napoli solo per quello. Jacob Rothschild ci veniva con la regolarità di chi ha trovato qualcosa che altrove non esiste. Calvin Klein. Lapo Elkann. Bryan Ferry, appunto. Mariano li riceveva, li ascoltava, capiva al volo cosa cercavano — e spesso gli dava qualcosa di leggermente diverso, qualcosa che non sapevano ancora di volere.
Con Giorgio Armani aveva un’affinità che riconosceva senza invidia. Lo ricordava arrivare con una Porsche gialla negli anni dell’apprendistato da Cerruti, scegliere i tessuti in dieci minuti esatti e sparire. “Avevamo la stessa attitudine,” diceva Mariano. “Anche se lui ha saputo venderla meglio di me.” Lo diceva ridendo, con l’ironia secca di chi ha fatto una scelta e ci sta dentro fino in fondo.
Negli anni Settanta aveva spinto il “light weight” fino a dove nessuno era ancora arrivato: gabardine finissime, tessuti impalpabili, blazer costruiti con pesi che i sarti dell’epoca consideravano impossibili. Non seguivano le stagioni. Non invecchiavano. Un abito Rubinacci durava decenni — il contrario esatto di quello che il sistema della moda chiedeva, e continua a chiedere.
Alcune sue giacche sono finite nella collezione permanente del Victoria and Albert Museum di Londra. Altre al Fashion Institute of Technology di New York. A Mayfair, la boutique di Mount Street era diventata un riferimento che i britannici stessi frequentavano con rispetto. Napoli, in quegli anni, non era ancora di moda. Lui non aspettava che lo diventasse.

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