C’è un modo di ridere che si rivolge contro se stessi non per prendere le distanze dai problemi, ma per seppellirli più in fondo.
Chi fa battute costanti sulla propria inadeguatezza, chi si prende in giro in modo sistematico davanti agli altri, spesso non sta scherzando davvero. Sta chiedendo permesso. Permesso di esistere, di essere accettato, di non essere giudicato. L’autoironia diventa maschera. E dietro quella maschera c’è spesso ansia, tristezza, poca stima di sé.
Questo stile di umorismo – chiamato autosvalutativo – è diverso da quello che permette di sdrammatizzare le difficoltà guardandole dall’alto. Quello sano, autorinforzativo, aiuta a reggere lo stress, a rileggere gli eventi in modo meno catastrofico. È una risorsa. L’altro è una strategia di sopravvivenza sociale che consuma.
E quando qualcuno usa costantemente l’umorismo per nascondere quello che prova, può finire per cercare altre vie di fuga. L’alcol, ad esempio. Funziona allo stesso modo: copre, anestetizza, rende più sopportabile stare con gli altri. Ma non risolve. Anzi, rinforza il circolo.
Chi invece riesce a ridere delle proprie difficoltà senza demolirsi, chi mantiene una prospettiva leggera anche nei momenti duri, ha meno bisogno di compensare. L’umorismo diventa uno strumento di regolazione emotiva vero, non un trucco per sembrare a posto.
Non si tratta di abolire l’autoironia ma di capire quando smette di essere liberatoria e diventa punitiva.



