Sean Connery entra in scena con una sigaretta e uno smoking e il mondo cade ai suoi piedi. Letteralmente. Le donne cadono, i nemici cadono, persino la macchina da presa cade — si piega verso di lui come se non riuscisse a tenersi diritta. È il 1962. Il mondo ha paura della bomba atomica, la Guerra Fredda ha il fiato sul collo di tutti, e qualcuno a Londra decide che il modo migliore per rispondere è inventare un uomo che non ha paura di niente, che non sbaglia mai, e che nel letto è imbattibile quanto al tavolo da gioco.
È lì che nasce il mito. Non in una storia. In un bisogno.
Bond è una proiezione di quello che l’Occidente voleva essere: sicuro, dominante, sempre dalla parte giusta. Le donne con i nomi assurdi — Honey Ryder, Pussy Galore, Holly Goodhead sono accessori. Lo stesso livello narrativo di un’Aston Martin o di un Martini shaken, not stirred. E il bello — il bello amaro — è che nessuno all’epoca ci trovava niente di strano. Era semplicemente il cinema. Era semplicemente il mondo.
Connery è il migliore perché è il più onesto. Non ci prova nemmeno a sembrare un essere umano. È una forza della natura con la camicia ben stirata. Quando sorride è pericoloso. Quando non sorride è più pericoloso. Le donne intorno a lui non hanno nemmeno il tempo di essere personaggi — esistono nella misura in cui esistono per lui. È brutale, visto adesso. Ma è anche la fotografia più fedele di un’epoca intera.
Roger Moore ha ammorbidito tutto con l’ironia. Timothy Dalton ha provato a dargli un’anima. Brosnan lo ha trasformato in pubblicità di profumo. Craig lo ha fatto soffrire — e lì qualcosa è cambiato davvero, perché un Bond che soffre è già un’altra cosa, è già un’altra epoca.
Ma è guardando Connery che capisci dove stavi. Quante volte hai visto quella scena senza fare una piega. Quante volte quella donna è caduta tra le sue braccia come una mela da un albero e tu hai pensato che fosse normale, romantico, ovvio.
Il cinema mente sempre. Il problema è quando la bugia dura abbastanza da diventare cultura.
Bond è sopravvissuto a tutto perché sa trasformarsi. Ma la domanda che vale la pena farsi, mentre si guarda la serie su Netflix con gli occhi di adesso, non è quale attore fosse il migliore. La domanda è: cosa stavamo guardando? E cosa ci piaceva davvero?



