Mia nipote mi ha fatto vedere TikTok l’altro giorno. Scorreva veloce, io non capivo niente. A un certo punto le ho chiesto: “Ma sono tutte uguali queste ragazze, o sono io che non ci vedo più?”
Lei ha riso. Ma io non scherzavo.
Tutte con la stessa giacca vintage, lo stesso trucco, la stessa aria da “sono diversa”. E pensavo: quando avevo vent’anni, per essere diversa dovevi inventartelo tu. Adesso c’è un manuale.
Ci hanno detto che Internet democratizza. Io vedo che uniforma.
Una volta la moda la facevano le riviste, le stiliste, poche elette. Era ingiusto, certo. Ma almeno sapevi chi ti stava fregando. Adesso c’è questo algoritmo – che non è nessuno, non ha faccia, non ha nome – e decide lui cosa ti piace, cosa ti serve, chi devi essere.
E la cosa furba è che ti fa credere di scegliere tu.
Vai su Instagram e pensi: guardo cosa mi ispira. Ma non stai guardando, stai venendo guidata. L’algoritmo ti mostra quello che vuole mostrarti. E siccome tutte vedono più o meno le stesse cose, tutte finiscono per somigliare alle stesse cose.
Lo chiamano “stile personale”. Io lo chiamo copia collettiva.
Mi viene da ridere quando sento parlare di autenticità. Adesso si è ridotta a un contenuto. Va costruita, fotografata, postata, approvata.
Se non la posti, non esiste. Se non piace, non sei autentica.
Assurdo, no? Eppure funziona. Perché abbiamo più paura di essere invisibili che di non essere noi stesse.
le ragazze e i ragazzi oggi vivono per il pubblico. Si vestono per la foto. Esistono se qualcuno mette il cuoricino. Il corpo è una vetrina, la vita è uno spettacolo. E l’identità? L’identità è una marca da ottimizzare.
Ma qualcuno mi dirà: e allora? È il progresso. Può essere, ma lo stile vero nasce dall’errore, non dalla perfezione. Dalla contraddizione, non dalla coerenza. Da quello che ti metti addosso perché sì, perché ti va, perché quella mattina ti sentivi così.
Lo stile è quello che resta quando togli la performance.
E queste ragazze e questi ragazzi, non tolgono mai la performance. Perché hanno paura. Paura di non piacere, di non contare, di sparire.
L’algoritmo le ha convinte che se non piaci, non esisti. E allora fanno di tutto per piacere. Si vestono come dice lui, pensano come dice lui, vivono come dice lui.
E pensano di essere libere.
Io non so se c’è una soluzione.
So solo che quando sento di ragazzine vestirsi guardando il telefono, controllare come viene in foto prima di uscire, cambiare outfit perché “questo non funziona su Instagram”, mi viene una tristezza.
Perché hanno più paura di essere invisibili che di non essere se stesse.
E questo, ragazze mie, è il vero problema della vostra generazione.
Non che usate i social. Che vi lasciate usare voi.


