Parliamoci chiaro: vent’anni a credere che Miranda Priestly fosse il ritratto sputato di Anna Wintour, e invece Meryl Streep ci ha preso in giro. O meglio, ci ha fatto credere quello che volevamo credere.
La verità l’ha detta a Colbert, con quel maglione turchese che è già un’icona: Miranda non è la direttrice di Vogue. È Mike Nichols e Clint Eastwood messi insieme. “Se avessero avuto un figlio, sarebbe Miranda Priestly”. Punto.
Streep ha lavorato con Nichols tre volte. Lo ha osservato: quell’umorismo malizioso, quella capacità di tagliare l’aria con una frase e lasciare il segno. Da Eastwood, invece, ha rubato il silenzio che pesa più di un urlo. Niente alzate di voce, solo presenza. La troupe si sporgeva per sentirlo, e intanto stava già girando la scena dopo.
Il segreto lo aveva confessato a Nichols prima che morisse — “ed era entusiasta” — ma a Eastwood, a novantacinque anni, ancora non l’ha detto. Forse per rispetto. Forse perché certe cose funzionano meglio se restano mezze dette.
Intanto Il Diavolo Veste Prada 2 arriva nelle sale italiane il 29 aprile 2026, distribuito da The Walt Disney Company Italia. Tornano tutti: Hathaway, Blunt, Tucci. Si aggiungono Branagh, Simone Ashley, Lucy Liu. Miranda affronta il crollo della carta stampata e si scontra con Emily, ora potente nel lusso. Il cerchio si chiude, o forse si apre.
Una nota finale, che vale la pena: il primo film fece fatica a trovare budget. “Un film da donne”, dicevano. Per il sequel, i soldi sono usciti subito. “Per questo, tesoro, hanno tirato fuori i soldi”, ha scherzato Streep.
Il mercato cambia. Le etichette pure. E le storie, quando sono ben raccontate, trovano sempre la loro strada.



