Sofia Coppola ha girato il suo primo documentario su Marc Jacobs con una piccola videocamera, a mano, senza troupe. Lo dice lei stessa: voleva che sembrasse fatto in casa.
Si conoscono dal 1993. Lei era entrata per caso nello showroom Perry Ellis, lui stava uscendo dallo studio. Da lì trent’anni di amicizia, campagne profumistiche, sfilate condivise, un’intera stagione culturale newyorkese costruita anche intorno a loro due. Marc by Sofia — uscito negli Stati Uniti a marzo 2026, A24, dopo la prima a Venezia 2025 — è il punto di arrivo naturale di tutto questo. Ed è anche il suo limite.
Coppola lo guarda con troppa tenerezza per fargli le domande giuste. Quando Jacobs le racconta che la storia del licenziamento da Perry Ellis è in parte una narrazione che ha contribuito ad alimentare lui stesso, lei non insiste. Sorride, va avanti. Non è pigrizia — è rispetto. Ma il rispetto, in un documentario, ha un costo.
Jacobs nel film è schivo, preciso, ossessivo nei dettagli. Descrive sua madre che usava i grumi di mascara per rendere le ciglia più folte. Le ciglia delle modelle sono costruite esattamente così — più grumi, più colla. Lui guarda e annuisce. Parla di Bob Fosse, di Barbra Streisand, di sua nonna che ogni settimana faceva shopping nei grandi magazzini di New York come fosse un rito. In questi momenti il film si fa stretto, caldo, vero — ed è quando si capisce perché Coppola lo ha voluto fare.
Il problema è che questi momenti non bastano a reggere quasi novanta minuti. Marc by Sofia è un atto d’amore. Non chiede nulla di più. Non ottiene nulla di più.
Marc by Sofia: quando l’amicizia non basta a fare un ritratto
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