Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Il rumore della caduta: L’odio trent’anni dopo


Un uomo precipita da cinquanta piani. Scende piano dopo piano e ripete: «Fino a qui, tutto bene». Il guaio vero comincia quando tocca terra.

Da quasi trent’anni L’odio ci inchioda a quel secondo prima dello schianto. Lo chiamano film di banlieue, di rabbia, di ragazzi. Etichette corrette ma corte. Racconta un Paese che sta cedendo, un’epoca che si illude mentre l’asfalto si avvicina.
Kassovitz gira nel ‘95. Usa un bianco e nero che graffia — girato a colori, poi convertito in post-produzione. Niente Parigi da cartolina. La macchina da presa segue Vinz, Saïd e Hubert tra scale di cemento, cortili chiusi, vagoni del metrò. Si muovono in trappola. Ventiquattr’ore. Un giorno senza alba, solo il peso di quello che c’era già, invecchiato male.
La trama sembra semplice. Un ragazzo in coma dopo uno scontro con le forze dell’ordine. La periferia ribolle. Tre ragazzi vagano tra quartieri e centro città. Gira una pistola. L’aria si fa pesante. Conta la pressione, non l’evento. Ogni scena misura la distanza dallo schianto.
Ci rido sopra quando ci penso. L’odio non lo passi a caso. Te lo devi conquistare. Una vigilia di Natale, un’amica mi chiede un film da mettere in salotto, roba calda, da divano e tisana. Io, che il tempismo emotivo non l’ho mai azzeccato, le porgo L’odio. Da allora sostiene che le ho rovinato le feste. Ogni dicembre me lo rinfaccia con la stessa puntualità dei cine-panettoni in tivù.
Chi me lo aveva segnalato, anni prima, lo ringrazio ancora.

Alcuni film ti accarezzano. Altri ti tirano uno schiaffone. I primi li consumi e scivolano via. I secondi li respingi, magari ci litighi, poi ti accorgi che ti hanno spostato l’asse dello sguardo. L’odio ti fa cadere. Se resti in piedi dopo il volo, gli affezioni proprio per quello.
Appena uscito, superò i confini del festival. Premiato a Cannes per la miglior regia, il primo ministro Alain Juppé chiese a tutti gli esponenti delle forze dell’ordine di vederlo. Gli agenti presenti voltarono le spalle al cast sul red carpet. Kassovitz evita la lezione. Non spiega. Non analizza. Non lascia porte aperte. Mostra la caduta. Lascia a noi il compito di illuderci sul punto d’impatto.
Trent’anni dopo, la Francia di quelle inquadrature mostra solo vernice nuova. Le rivolte, gli scontri con le divise, il razzismo, la ghettizzazione restano lì. Il film invecchia e tiene il passo. Ferita che non cicatrizza. Ogni nuova esplosione di piazza riaccende quelle foto in bianco e nero.
La scelta più dura resta l’assenza di sollievo. Nessuna redenzione. Nessuna stretta di mano finale. Un proiettile. Un corpo. Un suono secco. Poi il vuoto. L’odio toglie fiato alle parole. Si divide chi lo ama e chi lo odia. Spesso la stessa persona, in stagioni diverse. Da giovane segui la rabbia cieca di Vinz. Poi ti prende la lucidità stanca di Hubert, la sua voglia di non farsi risucchiare. Nel mezzo c’è Saïd, il mediatore inerme, quello che butta lì una battuta per alleggerire il peso, per tenere insieme i frammenti mentre si cade.
Quel «fino a qui tutto bene» torna come un’eco. Ogni volta che una società nega le sue crepe e si racconta che fila tutto liscio, la frase risuona. Serve solo a cullarsi. L’odio non ti dice dove puntare il dito. Ti costringe ad ascoltare il rombo di fondo. La tensione sui marciapiedi, la disuguaglianza nei corpi, la noia che riempie i vuoti lasciati dallo Stato. Non armonizza. Non si lascia catalogare. Resta una nota stonata sotto la melodia ufficiale. Oggi che cerchiamo finali pacificati e punti di vista leggeri, l’unica mossa politica rimasta è ascoltare il tonfo della caduta. Ammettere che non stiamo volando. Scegliere se tenersi la bugia del «tutto bene» o guardare in faccia l’atterraggio.

John Travolta a Cannes: la Palma, il film, e Jett

A Cannes 2026 John Travolta è diventato virale per il suo aspetto e ha ricevuto una Palma d’onore a sorpresa. Ma al centro c’era un film scritto nel 1997 per suo figlio Jett, morto a sedici anni

MRAK, il lato più oscuro di Carmine Conte

Carmine Conte nasce a Toronto, cresce in Italia e...

Dior a Los Angeles: Jonathan Anderson gira il film che aveva in testa

Jonathan Anderson debutta con la Cruise 2027 di Dior al LACMA di Los Angeles: un film noir anni Cinquanta tra Hitchcock, Hopper e Hollywood. Tutti i dettagli della collezione.

Romeo + Giulietta

Nel 1996 Baz Luhrmann portò Shakespeare nel caos urbano degli anni Novanta. I versi restano intatti, le spade no. Tutto quello che non sapevi sul film con DiCaprio e Claire Danes.

Cannes 2026: il festival che si è finalmente tolto il complesso di Hollywood

La 79ª edizione del Festival di Cannes ha annunciato...

La techno è la porta, il groove è la chiave

Joseph Capriati è uno di quei nomi che, se...

Ultimi articoli

Categorie