Fastobal scrive al femminile: perché il maschile non è l’unica voce possibile.

Ba Graduate Fashion Show: Molto più di un evento

C’è un pomeriggio, a Roma, in cui la moda non ha avuto bisogno di urla né di riflettori accecanti. È bastato aprire le porte di un luogo che una volta conteneva merci, e che oggi custodisce sogni: gli ex Magazzini allo Statuto, a pochi passi da piazza Vittorio. Lì, nel nuovo campus dell’Accademia Costume & Moda, sabato si è camminato non solo su una passerella, ma sul confine sottile tra la formazione e il mondo vero.

La “Ba Graduate Fashion Show” è stato molto più di un evento. È stato un respiro collettivo, un battito sincronizzato di creatività e memoria, di visione e mestiere. Diciassette giovani designer hanno portato in scena non semplici abiti, ma storie, segreti, domande e tentativi. Accanto a loro, 37 aziende del Made in Italy hanno sostenuto un dialogo fatto di fili, forme e fiducia.

Ogni collezione è nata dopo tre anni di studio e di mani che imparano a dire ciò che la voce non sa, ed è stata valutata da chi, di moda, conosce anche i silenzi: una giuria di esperti che ha cercato coerenza, qualità, ricerca. E anche quella cosa inafferrabile che a volte chiamano innovazione, e altre volte coraggio.

Due nomi sono risuonati più forti, ma non per cancellare gli altri: solo per aprire la strada.

Daniele Pio Rosati, ventidue anni, da Taranto, ha vinto nella categoria ready-to-wear con Signorine amaramé. Una collezione che è un ponte tra l’antico e il queer, tra il Cinquecento e i vicoli del Sud, tra femminielli e gonne che profumano di sale e di rosari intrecciati. Non è moda da vetrina: è identità ricamata a mano.

Angelica Marchetti, anche lei ventidue anni, da Roma, ha invece conquistato il premio per gli accessori con Interlinked. Il nome dice tutto: legami, nodi, incastri. Tra l’Africa e l’Europa, tra passato e avanguardia, tra frange e collane che sembrano racconti sussurrati. Angelica ha ricevuto anche il “Pitti Tutoring & Consulting Reward”, per affrontare il debutto nel lavoro senza perdere l’intuizione che l’ha portata fin qui.

E poi c’è il premio Irene Brin, che non guarda solo agli esordi, ma a ciò che si diventa con costanza, con dedizione, con lo sguardo rivolto al domani. È andato a Catia Luciani, oggi tra le figure chiave di Fendi, ma prima, anche lei, allieva in quella scuola che forma più che stilisti, persone che sanno scegliere.

Non è una moda gridata, quella che è andata in scena sabato. È una moda che si lascia guardare, che si prende tempo. Una moda che non ha paura di essere gentile. E che, forse proprio per questo, lascia il segno.

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